Fastback | 2008 Miami 300: prima gara post-fusione IRL-ChampCar

29 Marzo 2020 - 12:17
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Il 2008 fu il primo anno di unione delle maggiori serie americane a ruote scoperte. A Miami, Dixon vinse su Marco Andretti e Wheldon.




Nel 1994, Tony George (proprietario dell’Indianapolis Motor Speedway) si separò dall’allora campionato CART per delle liti a base economica tra il campionato ed i team. Di base, la paura era che i costi per i piccoli team sarebbero diventati proibitivi, escludendoli di fatto dalla partecipazione. Nel 1996, lo stesso George creò un proprio campionato, la Indy Racing League, che avrebbe avuto i diritti sulla 500 miglia di Indianapolis.

Una lite legale e di sfida tra le due serie andò avanti fino alla prima chiusura del campionato CART, il quale divenne poi “Champ Car World Series” nel 2003 quando la serie iniziale dichiarò bancarotta. Anche la Champ Car vide una drastica riduzione di partecipanti nel 2007, così come la IRL, al punto che nessuna delle due serie sarebbe potuta rimanere attiva con i diritti televisivi. Per prevenire una tale catastrofe, si decise di fondere le due serie in una, migrando tutto nella nuova entità chiamata “IndyCar Series”, con l’ultima gara della Champ Car che fu il “Toyota Grand Prix of Long Beach“, gara nella quale i punti conquistati sarebbero stati attribuiti nella classifica IndyCar generale. Quella gara fu disputata per via di un conflitto nei calendari IRL e CCWS, in quanto la IRL disputò il giorno prima la “Indy Japan 300” al Motegi.

La prima vera gara dopo l’unione, però, fu il GAINSCO Auto Insurance Indy 300, gara disputata il 29 marzo 2008 sullo speedway di Homestead, a Miami. 200 giri per un totale di 297 miglia videro trionfare un giovane Scott Dixon (Chip Ganassi Racing) nella sua prima vittoria della stagione che lo vide ottenere il secondo dei suoi attuali 5 titoli. Al secondo posto, a meno di 6 decimi, un ancor più giovane Marco Andretti (Andretti Green Racing), mentre a concludere il podio ci fu il compianto Dan Wheldon, partito in ventiduesima posizione, con una delle performances più spettacolari nel sorpassare una decina vetture in appena 8 giri per portarsi fino al decimo posto già nella primissima parte di gara.

© IndyCar Media Center

Dixon, partito in pole, lotta per i primi giri con Tony Kanaan per la testa della corsa, mentre dietro Wheldon compie un’enorme numero di sorpassi portandosi subito a ridosso del gruppo principale.

Dopo una caution intorno al 20° giro per detriti in pista, la gara riparte ma perde subito Will Power, pilota del Team Australia, per danni meccanici. Da qui, la gara rimane sotto bandiera verde per oltre cento giri, superando la metà gara per tornare sotto caution al giro 126, con una collisione tra Ryan Briscoe (Team Penske) e Milka Duno (Dreyer & Reinbold Racing). Duno perde la vettura, e risalendo verso le barriere alte del circuito colpisce Ryan Briscoe distruggendo sospensione posteriore ed ala e costringendolo al ritiro. Nel mentre, Marco Andretti ha conquistato la testa della corsa, con Dixon che è arretrato un po’ in terza posizione.

© IndyCar Media Center

Alla ripartenza, giro 142, Andretti mantiene la testa della corsa da Wheldon, ora secondo, e mantiene la testa della corsa fino a 25 giri dalla fine, quando rientra per la sua ultima sosta. La sosta è più lenta di Dixon di quasi un secondo. Ciò, combinato ad un po’ di traffico per Andretti, consegna la testa della corsa (virtualmente, vista la sequenza dei pit stop) a Dixon. Ad 8 giri dalla fine, la terza caution viene esposta per E.J. Viso, pilota del team HVM Racing che perde la vettura come Milka Duno. Nel mentre, anche Kanaan (che non si era ancora fermato) colpisce la vettura di Viso, piegando la sospensione anteriore destra. Kanaan però non rientra, riconsegnando la testa della corsa a Dixon quando la bandiera verde è esposta a 4 dalla fine. Negli ultimi giri Andretti si avvicina molto, ma non abbastanza da minacciare la vittoria del neozelandese.

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Immagine in evidenza: © Ron McQueeney - IndyCar Media Center

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