I Cavalieri del Motorsport, SPECIALE: Ayrton Senna.

01 Maggio 2020 - 8:30
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Il 1 Maggio 1994 il mondo della Formula 1, e non solo, perdeva una delle sue stelle più brillanti. Qual è la sua eredità oggi?




Scrivere di Ayrton non è facile. Non lo è soprattutto se, come per chi scrive, non lo si è mai vissuto direttamente, non lo si è mai visto correre ma si è sempre avvertito il suo fascino, il suo peso specifico, la sua leggenda. Scrivere di Ayrton cercando di non cadere nella retorica è ancora più difficile e per questo oggi non si vuole ripercorrere la sua carriera: sarebbe inutile perché tutti noi appassionati sappiamo cos’è stato in pista e a chi non segue assiduamente la Formula 1 poco importerebbe. Questo articolo vuole essere una riflessione su cosa Ayrton ci ha lasciato.

La prima cosa che ci ha lasciato, e che qualunque tifoso può constatare immediatamente, è sicuramente una Formula 1 più sicura, una F1 in cui i piloti non sono più i burattini di uno show ma ne sono i protagonisti. Sappiamo bene che la componente di rischio nel motorsport non può mai essere eliminata del tutto. Tuttavia dopo quel 1 Maggio 1994 abbiamo avuto un solo incidente mortale, quello in cui perse la vita Jules Bianchi nel 2014 (che fra l’altro si sarebbe potuto sicuramente evitare con un minimo di buon senso in più). La Formula 1 ha dovuto veder sacrificato il suo campione più acclamato per capire che era arrivato il momento di cambiare marcia e che bisognava porre l’essere umano al centro e non più la macchina. Di questo te ne saremo per sempre grati Ayrton!

“Quando sei un pilota da corsa sei a rischio per tutto il tempo. Essere un pilota significa gareggiare con altre persone e se non attacchi più uno spazio che esiste, non sei più un pilota da corsa. La motivazione di tutti noi è gareggiare per la vittoria, non è arrivare secondi, terzi o quarti”

Senna rilasciò questa intervista a Sir Jackie Stewart in uno dei momenti più difficili della sua carriera. Era il 1990, aveva da pochi giorni vinto il suo secondo titolo mondiale ma aveva una marea di critiche che gli piovevano addosso. Perché? Perché alla partenza del Gran Premio del Giappone (penultima prova della stagione) attaccò in maniera avventata Prost alla prima curva causando un incidente che, eliminando entrambi dalla gara, assicurò matematicamente al brasiliano il titolo poiché era davanti nella classifica generale.

Molti lo accusarono di averlo fatto apposta, di aver restituito il favore dell’anno precedente al rivale Prost. Fu così davvero? Forse sì, perché Senna in pista era un gran bastardo e si legava tutto al dito ma non è questo il punto. Credo che la frase che Senna pronunciò in quell’intervista sia l’eredità più bella che ci ha lasciato: un vero e proprio mantra, un modo di vivere la vita valido per tutti, indipendentemente dalla professione che si svolge. Quello spazio da attaccare corrisponde agli obiettivi che ognuno di noi deve avere nella propria vita: se, dopo ogni obiettivo raggiunto, così come dopo ogni traguardo fallito nella nostra vita, non abbiamo più la forza e la voglia di darcene un altro significa che siamo morti. Siamo morti prima che il nostro cuore cessi di battere perché non abbiamo più nulla da dare e per cui lottare.

Questo suo spirito è il motivo per cui Senna è diventato un’icona che è andata ben oltre il mondo della Formula 1 e lo ha fatto già prima che un destino crudele ce lo portasse via. Ognuno di noi può paragonare la sua vita a quella di Ayrton, ovviamente nei rispettivi campi, e ritrovarsi sempre in essa. Senna è oggi un’icona assoluta ma prima è stato: un giovane in rampa di lancio, poi ha iniziato a vincere e raccogliere le critiche e le invidie di chi non lo sopportava proprio perché era un vincente, è rimasto sempre sé stesso e ha vinto tantissimo ma ha subito anche delle ingiustizie sportive che gli hanno impedito di vincere di più e infine se n’è andato facendo ciò che amava. Ecco, credo che tutti noi, nel nostro piccolo, dovremmo vivere come ha fatto Ayrton.

Una frase che ci capita molto spesso di sentire quando ci troviamo di fronte alla scomparsa di una persona è : “Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta”. Se questo è vero, possiamo dire che Ayrton non se n’è mai andato e che continua a vivere (e a vincere) in chiunque ne tenga vivo il ricordo!

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Immagine in evidenza: © McLaren Racing Ltd.

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